KULA SHAKER
Rainbow (Mi), 19/10/07 - Guarda le Foto
19 ottobre 2007, un venerdì live come tanti al Rainbow. Stavolta però, l’attesa per il concerto non è stata di qualche giorno o qualche settimana, bensì di dieci lunghi anni. Sul palco, infatti, ci saranno i Kula Shaker, idoli del brit pop della prima ora, che con il loro “K” nel 1997 riuscirono a minare le basi dell’oligarchia Blur-Oasis.
Dopo “K” però per loro le cose si complicarono, il secondo disco uscì solo nel 1999, “Peasants, pigs and astronauts”, e dopo di lui, lo scioglimento. Quest’anno, la reunion, con “Strangefolk”. Attese, dubbi, incertezze. Ma il primo amore non si scorda mai, ed anche l’album dieci anni dopo si dimostra subito all’altezza dei primi due, con le solite suggestioni indiane, e quel tocco di psichedelia che hanno fatto della band “quelli con qualcosa in più”
Dunque, stasera, il battesimo del palco, almeno per me, che ai tempi di “K” ero a malapena adolescente. Sì, sono scettica davanti alle ri-unioni, soprattutto sono diffidente del tempo che passa. Ma questa volta, non posso mancare.
Quindi, alle 21 in punto varco la soglia del Rainbow, umido e appiccicoso come sempre. Stanno per iniziare i supporters, gli Orange capitanati da Francesco Mandelli in arte Nongiovane, il quale ci informa che loro “non assomigliano a nessuno”. Cosa che non si direbbe a giudicare dal cappotto chiuso fino al bavero indossato dal frontman, già visto su un tale Liam. Ci deliziano per mezz’ora con il loro indie rock, assolutamente normale, a tratti infarcito di luoghi comuni – ad esempio la serata London Loves del Plastic citata in uno dei pezzi.
Bisogna aspettare fino alle 22.15 per vedere sul palco gli eroi della serata – e, abituata agli orari di Doherty, mi sembra quasi un matineé. Incensi accesi sul palco, fumo, Crispian Mills, splendido in una marsina nera gessata da vero Lord inglese, gli stessi capelli biondi di dieci anni fa, appena un po’ invecchiato. L’apertura è lasciata a “Sound of drums”, primo singolo da Peasants, pigs and astronauts. Il pubblico, che nel frattempo ha riempito il minuscolo locale, è già decisamente entusiasta. Atacca “Hey Dude”, a cui seguono due pezzi dal nuovo Strangefolk. L’alternanza tra i tre album è decisamente ottima nella scaletta. Luci basse, “Shower your love” inizia solo chitarra e voce, il resto della band si inserisce nel finale, è visibilio puro. La tensione scende su “Tattva”, decisamente troppo lenta rispetto alla versione su disco, e che rischia di diventare un tre quarti alla Casadei. Ma subito si riprende con “Hush”, cover dei Deep Purple e cavallo di battaglia della band. Piccolo stop di rito, prima del grande bis con “Great Hosannah” e “Govinda”, per un totale di un’ora e mezza di concerto.
Un grande ritorno, penalizzato da un silenzio incomprensibile riguardo alla serata – in tutta Milano non c’era un cartellone – che, come successo l’anno scorso ai Babyshambles, costringe un altro grande gruppo al supplizio del Rainbow, probabilmente non particolarmente adatto a ospitare concerti di un certo livello (voce assente, feedback in continuazione, volumi sballati, suoni distorti).
A Cura di: Guia Cortassa
